Percorsi di Speranza

Progetto

Percorsi di Speranza

Il progetto “Percorsi di Speranza”, promosso da Caritas Italiana, nasce dall’invito di Papa Francesco a seguire tre vie e percorrerle con gioia: partire dagli ultimi, custodire lo stile del Vangelo, sviluppare la creatività.
Percorsi di speranza

Il contesto

Il progetto “Percorsi di Speranza”, promosso da Caritas Italiana, nasce dall’invito di Papa Francesco a seguire tre vie e percorrerle con gioia: partire dagli ultimi, custodire lo stile del Vangelo, sviluppare la creatività. La rete Caritas è storicamente impegnata nella risposta alla marginalità estrema con la finalità non solo di aiutare concretamente i soggetti in grave difficoltà ma anche con l’intento di produrre un cambiamento culturale e sociale, per rendere la società più inclusiva, per costruire un futuro in cui prevalga il bene comune, privilegiando la centralità della dignità della persona e la tutela dei diritti umani. In questo approccio il valore trasformativo della partecipazione assume un ruolo centrale.

È da questa premessa che, nel corso del 2025 nasce l’intero percorso sviluppato nel quartiere San Cristoforo di Catania: un cammino articolato in fasi progressive fino a dare forma ad un sistema integrato di azioni comunitarie, educative e culturali.

San Cristoforo è un quartiere complesso, da una parte oggetto di una narrazione a senso unico per l’effettiva presenza di differenti criticità registrate sul territorio (disoccupazione, abbandono scolastico, scarsa formazione, presenza di criminalità), e dall’altra rivela una ricchezza di prospettive e di storie che meritano un’attenzione e una speranza adeguate. Con circa 22.700 abitanti, un tasso di disoccupazione superiore al 22%, una popolazione giovane – il 38% ha meno di trent’anni – e una presenza multietnica significativa, rappresenta una delle aree storicamente più fragili e complesse di Catania. Eppure è anche un quartiere con una storia di resistenza civile, animata da parrocchie, associazioni, istituti scolastici e centri culturali che nel tempo hanno costruito presidi di prossimità capaci di reggere dove le istituzioni pubbliche hanno faticato ad arrivare.

Dall’idea di trasformare i poveri in soggetti attivi, di stimolare la comunità a sentirsi parte di un contesto più ampio, di riuscire a vedere oasi di bellezza e speranza in contesti che appaiono aridi che si delinea 

Al centro del progetto è stata individuata un’opera segno concreta: Casa Betania, co-housing sociale co-gestito da Caritas Catania e Centro Astalli in un immobile diocesano ristrutturato nel 2023. Nel corso degli anni l’opera segno è diventata qualcosa di più di un semplice dormitorio per nuclei monoparentali, in particolare donne migranti con bambini. È diventata un nodo relazionale attivo: doposcuola per bambini del quartiere grazie all’Associazione Cappuccini, corsi di italiano, supporto medico e psicologico, gruppi scout, uffici pastorali della diocesi.

Quello che rende Casa Betania significativa non è tanto la sua funzione assistenziale, pur importante, quanto la sua capacità di permettere incontri imprevisti, di mettere insieme persone che altrimenti non si sarebbero mai parlate, di creare un polo di animazione e di scambio positivo. In una città dove le comunità tendono a frammentarsi, dove ognuno si chiude nel proprio gruppo identitario, questo luogo rappresenta una scommessa: è possibile costruire spazi dove le differenze non siano negate ma diventino occasione di arricchimento reciproco.

La fase di ascolto: i laboratori partecipativi

Una delle intuizioni più feconde del progetto è stata l’adozione del metodo del World Café per gli incontri di ascolto partecipato. Non si è trattato di semplici momenti di confronto o di indagini sociologiche tradizionali, ma di veri e propri spazi generativi capaci di favorire la parola, la fiducia e il riconoscimento reciproco tra i partecipanti.

Tra ottobre e dicembre 2025 si sono tenuti incontri mensili che hanno seguito un percorso in crescendo particolarmente significativo: dagli aspetti della vita quotidiana nel quartiere e dalle storie personali, alle risorse già presenti ma non sempre valorizzate, fino ai focus su casa, lavoro, infanzia, mobilità, fragilità sociali e prospettive di futuro.

Durante i laboratori è stato allestito un angolo per le interviste: prima o dopo l’attività di confronto collettivo, diversi partecipanti hanno raccontato le loro storie, esposto riflessioni sul progetto e descritto la propria idea di futuro per il quartiere. La partecipazione volontaria e diffusa ha fatto registrare una considerazione di rilievo: le persone si sono sentite in uno spazio sicuro, ascoltate. Ogni incontro è stato pensato come spazio generativo, capace di far emergere ciò che normalmente resta invisibile nelle relazioni istituzionali. I partecipanti hanno rappresentato un campione deliberatamente eterogeneo della vita del quartiere: giovani adolescenti con percorsi scolastici interrotti, giovani madri migranti ospiti di Casa Betania, un ragazzo con background migratorio iscritto all’università, persone in passato senza fissa dimora e ora residenti nel quartiere, volontari delle associazioni locali, un’anziana pensionata che dedica il suo tempo agli altri, un parroco, diversi residenti. La diversità biografica e sociale dei presenti, agevolata dagli animatori, ha prodotto dialogo: la condivisione di vissuti distanti ha fatto emergere un linguaggio comune, fatto di esperienze quotidiane riconoscibili da tutti.

Il primo incontro si è concentrato sulla vita quotidiana: le percezioni degli spazi, la sicurezza, le relazioni di vicinato, i servizi. È emerso uno spaccato complesso, lontano dallo stereotipo del quartiere degradato. San Cristoforo è stato descritto come “un quartiere di amici”, dove le relazioni di vicinato suppliscono spesso all’ assenza dei servizi pubblici, dove le madri si aiutano reciprocamente con spese e vestiti, dove i legami informali costituiscono una rete di protezione reale. Al tempo stesso sono stati segnalati con precisione i problemi infrastrutturali: strade senza strisce pedonali, mancanza di linee di trasporto pubblico adeguate, accumulo di rifiuti, scarsa illuminazione nelle ore serali che genera insicurezza soprattutto per le donne.

Negli incontri successivi, grazie alla fiducia costruita nella fase iniziale, il dialogo si è spostato verso temi più profondi e sensibili: il rapporto con la casa e il lavoro, l’infanzia e le opportunità educative, le prospettive future. Sono emersi i timori per i più giovani, descritti come esposti a modelli negativi in assenza di alternative reali: “campi gioco senza reti alle porte”, spazi pubblici vandalizzati, ragazzi che emulano figure negative “per sentirsi più grandi”. Ma è emersa anche la resilienza del quartiere: la consapevolezza che “il quartiere lo fanno le persone che vi abitano”, e che l’inversione di rotta è possibile se si parte dal capitale sociale, culturale e relazionale già presente.

Un primo incontro di restituzione al quartiere al di fuori di “Casa Betania” si è svolto ad aprile, presso la parrocchia Sacratissimo Cuore di Gesù ai Cappuccini, col prezioso supporto dei volontari e del parroco Fra Augusto Magno, uno dei componenti del gruppo guida del progetto. L’incontro è stato decisivo per illustrare ai presenti il cammino compiuto e per commentare assieme il video reportage che si è sviluppato durante i laboratori partecipativi.

A supportare la progettazione e la conduzione dei laboratori è stato il gruppo di ricerca del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania, guidato dal professor Carlo Colloca, con la dott.ssa Valentina Pantaleo e il dott. Gabriele Pocina. Il loro contributo ha garantito rigore metodologico e ha permesso di tradurre le narrazioni emerse in materiale analitico utilizzabile per orientare le azioni successive del progetto. Le riflessioni dei ricercatori hanno introdotto nel percorso il concetto di “diritto alla bellezza” come componente democratica del diritto alla città: una bellezza non monumentale né certificata dagli esperti, ma radicata nella quotidianità, nei legami, negli spazi condivisi, nella capacità di coinvolgere emotivamente le persone che li abitano. Al termine di ogni incontro, le suggestioni dei partecipanti venivano riportate su un grande tabellone di legno che è poi diventato itinerante, ospitato nelle varie parrocchie della zona come strumento di restituzione e condivisione allargata. Un dettaglio apparentemente minore, eppure significativo: il progetto non si è chiuso su se stesso, ha cercato fin dall’inizio di uscire dagli spazi del laboratorio per raggiungere la comunità più ampia. 

Il laboratorio fotografico 

A partire dall’ascolto emerso nei World Café, il progetto ha compiuto un passaggio importante: trasformare le parole in immagini, le narrazioni in sguardi condivisi. Il workshop di fotografia partecipata rivolto a giovani under 35 del quartiere e della città, con annesso un laboratorio di fotografia sociale per le strade di San Cristoforo, ha permesso di tradurre visivamente quanto era emerso nei momenti di confronto. La fotografia partecipata ribalta la logica estrattiva tipica di certa documentazione sociale: non sono fotografi esterni che vengono a “ritrarre la povertà”, sono gli stessi giovani del quartiere a decidere cosa vale la pena mostrare. Questo cambiamento di prospettiva è politico prima ancora che estetico: restituisce la capacità di rappresentare se stessi, di controllare la propria narrazione. Gli scatti realizzati durante il workshop — selezionati dal gruppo guida tra oltre 500 fotografie — hanno dato vita alla mostra “Si muove la città – Sguardi sul quartiere San Cristoforo”, inaugurata il 10 gennaio 2026 presso il Museo Diocesano di Catania e rimasta attiva fino al 14 febbraio, in vista di una nuova collocazione in alcuni locali dell’Università di Catania e con la prospettiva di diventare mostra itinerante nel quartiere.

Finestre di speranza: i bambini e la lettura

Nella seconda fase del progetto, l’attenzione si è spostata sui più piccoli. Il laboratorio “Finestre di Speranza”, a cura di Claudia Trapani e Mario Giuffrida, formatori e animatori culturali, è nato direttamente dalle premesse di Percorsi di Speranza con l’obiettivo di dare voce a una componente spesso invisibile del territorio: i bambini e le bambine del quartiere. In particolare, il laboratorio si è svolto alla “Sant’Agata Library”, la biblioteca sociale attivata dall’Arcidiocesi di Catania nella parrocchia “Angeli Custodi” che insiste nel quartiere di San Cristoforo, con la collaborazione dell’IC “Rita Atria” che ha permesso il coinvolgimento di un’intera classe della sua sede.

Il laboratorio si è rivolto a bambini e bambine tra gli otto e i dodici anni, articolandosi in un ciclo di incontri da due ore ciascuno, con un numero massimo di quindici partecipanti per garantire la qualità dell’esperienza. Lo strumento centrale sono gli albi illustrati: libri che combinano parole e immagini in un design progettuale attento, capaci di aprire “finestre” su sé stessi, sugli altri e sul mondo. Gli albi illustrati lavorano su più livelli simultaneamente: attivano l’immaginazione, offrono modelli relazionali alternativi, creano uno spazio in cui è lecito porsi domande, confrontarsi, esprimere emozioni che nella vita quotidiana restano spesso inespresse.

Il percorso è stato strutturato in modo progressivo: si parte da una dimensione individuale, centrata sul bambino e sul gioco, per spostarsi poi sulla relazione con l’altro – l’amico, il vicino di casa – e approdare infine allo spazio del quartiere, affrontato in una prospettiva di inclusione e sostenibilità. Questa progressione non è casuale: la consapevolezza del quartiere come spazio fisico e relazionale non può prescindere dalla consapevolezza di sé, dei propri bisogni, delle emozioni che associamo ai luoghi e alle persone che li abitano. Le letture ad alta voce, praticate secondo l’approccio di Chambers, trasformano la lettura da atto individuale a evento sociale: quando accompagnate da conversazioni attive, creano uno spazio in cui i bambini imparano a porsi domande, a generare pensiero critico, a nutrire la propria immaginazione. Per i bambini del quartiere San Cristoforo, che crescono spesso in contesti poveri di stimoli culturali e con adulti di riferimento sopraffatti dalle difficoltà quotidiane, questo spazio ha un valore che va ben oltre il semplice arricchimento del vocabolario: è un’esperienza di appartenenza, di riconoscimento, di cura. Il laboratorio si è concluso con la produzione di video-recensioni degli albi illustrati come restituzione alla comunità: i bambini partecipanti hanno un ruolo attivo anche nella progettazione del prodotto finale, dalla scelta delle location alle riprese. Non destinatari passivi, ma protagonisti e narratori. Il patrimonio librario acquisito per il laboratorio resterà a disposizione della Caritas per usi futuri, come prima dotazione di una biblioteca di comunità che potrà crescere nel tempo.

TokTok: i social come strumento di cittadinanza

Per i ragazzi più grandi, il progetto ha scelto un terreno diverso ma altrettanto urgente: i social media. La masterclass “TokTok! Bussare alle coscienze dei cittadini digitali” è un percorso formativo in forma laboratoriale di quattro incontri rivolto a quindici-venti giovani dai tredici anni in su. Il titolo non è casuale: bussare, come si bussa ad una porta, è un gesto che implica la volontà di essere ascoltati e la disponibilità ad ascoltare. TikTok come strumento, non come fine.

Il corso parte da una constatazione: i giovani del quartiere, come tutti i loro coetanei, trascorrono una parte significativa del loro tempo sulle piattaforme digitali. Spesso come consumatori passivi di contenuti, raramente come produttori consapevoli. L’obiettivo del laboratorio è invertire questo rapporto: insegnare non solo a usare TikTok, ma a capirlo. Come funziona l’algoritmo, cosa rende un contenuto virale, come nasce uno storytelling efficace, come si gestiscono le metriche. E poi: cosa sono le fake news, come si riconosce la disinformazione, cosa significa la privacy in rete, dove finisce l’espressione e inizia l’hate speech.

I quattro incontri seguono una progressione logica: dal funzionamento della piattaforma alla creazione di contenuti, dalla produzione pratica con smartphone – riprese, montaggio, luce, audio – alla pubblicazione e all’analisi dei risultati. Ogni tappa è accompagnata da casi studio, analisi guidata di contenuti virali, ideazione di un concept specifico per il quartiere San Cristoforo. L’output finale è un video-report “Il quartiere che vorrei”, in cui i ragazzi raccontano San Cristoforo con il linguaggio che conoscono meglio: quello dei social.

L’iniziativa è coerente con l’impostazione generale del progetto: non imporre un punto di vista esterno, ma partire dagli strumenti e dai linguaggi che i ragazzi già usano per aiutarli a usarli meglio. La creatività digitale diventa così strumento di cittadinanza attiva, di narrazione del proprio quartiere, di costruzione di un’identità collettiva che non sia semplicemente subita ma scelta e raccontata.

In programmazione: il cinema di comunità

A conclusione di questo percorso, e come segnale della sua continuità, è in fase di programmazione un’ulteriore iniziativa che si terrà presso Casa Betania: il cinema di comunità. L’idea è semplice nella sua efficacia: proiezioni cinematografiche aperte al quartiere, seguite da momenti di discussione e confronto, in uno spazio già diventato punto di riferimento per la comunità locale. Il cinema come strumento di aggregazione, di riflessione collettiva, di narrazione condivisa. Un’occasione per stare insieme, per guardare le cose da una prospettiva diversa, per costruire quella comunità educante che è stata l’orizzonte dell’intero progetto.

L’iniziativa si inserisce in una logica di presidio stabile e continuativo: Casa Betania non è uno spazio che si apre per un progetto e poi si chiude. È un luogo vivo, che intende rimanere tale anche oltre la durata formale di “Percorsi di Speranza”, costruendo nel tempo quella rete di relazioni, abitudini e appartenenze che è il vero patrimonio che un lavoro comunitario può lasciare.

Un bilancio provvisorio

Guardando all’insieme del percorso, ciò che emerge con maggiore chiarezza è la coerenza tra le diverse fasi. Ogni azione ha avuto senso in relazione alle altre: i laboratori partecipativi hanno generato il workshop fotografico, il workshop ha prodotto la mostra, la mostra ha connesso il quartiere alla città. I laboratori di lettura per i bambini e la masterclass sui social per i ragazzi più grandi hanno completato il quadro, rivolgendosi alle fasce d’età che i world café avevano indicato come più vulnerabili e più bisognose di intervento.

Il progetto ha dimostrato che è possibile lavorare in un quartiere difficile senza ridurlo a problema, senza semplificarlo, senza portare soluzioni preconfezionate dall’esterno. Ha dimostrato che l’ascolto vero, quello che riconosce le persone come portatrici di storie e non solo di bisogni, è la condizione necessaria di qualunque cambiamento autentico. E ha dimostrato che la rete – Caritas, Arcidiocesi, Università, Cantiere per Catania, Assieme, per San Cristoforo, Associazione Cappuccini, parrocchie, Centro Astalli, Comunità di Sant’Egidio, scuole, professionisti del territorio – è la sola forma organizzativa in grado di tenere insieme la complessità di un quartiere come San Cristoforo senza schiacciarla. Il lavoro non è finito. Non lo sarà presto. Ma le fondamenta sono state gettate, i legami sono stati costruiti, e Casa Betania continua ad avere la porta aperta.

Si muove la città, mostra fotografica

di Mariele Giuffrida, formatrice

Quando iniziò la pianificazione delle fasi di realizzazione del progetto “Percorsi di speranza” la mostra fotografica “Si muove la città” venne pensata come conclusione di un percorso che da ottobre, grazie ad una serie di laboratori partecipativi e ad un workshop fotografico, avrebbe reso il quartiere popolare di San Cristoforo protagonista di una storia nuova, fatta di vita quotidiana e di speranze mai sopite.

Col tempo ma ben presto abbiamo compreso che la mostra stava diventando un punto di partenza da cui non solo i partecipanti al percorso hanno tratto un senso profondo ma la città tutta.

Il luogo e il momento scelto hanno dato ulteriore valore all’evento: il Museo Diocesano di Catania in piazza Duomo, cuore pulsante della città, ha fatto da vetrina nel periodo più significativo dell’anno, ovvero quello che prepara alla festa di sant’Agata, patrona della città.

Protagonisti assoluti dell’intero progetto sono stati coloro che il quartiere lo vivono ogni giorno da sempre o quasi, che ne conoscono le profonde contraddizioni ma anche l’essenza.

Giovani in cerca di un futuro, uomini e donne che portano avanti le loro vite aiutati dalle associazioni che gravitano sul territorio, anziani che rimpiangono la dimensione paesana di quei vicoli dove il vicinato era qualcosa di molto simile ad un parentado.

Tutto questo è venuto fuori in maniera perentoria nei 18 scatti che hanno dato vita ad una narrazione per immagini.

Attimi di vita fermati in uno scatto durante una passeggiata tra quei vicoli. Presenze concrete ed assenze significative sostituite alla meglio con soluzioni transitorie che assumono col tempo un carattere definitivo.

Ed è così che è emersa la vita di quei vicoli, i colori, gli spazi ristretti e condivisi ma anche la mancanza di servizi essenziali o di luoghi d’incontro come i parchi giochi per i più piccoli sostituiti da copertoni pendenti da un albero solitario in una piazza tra le auto.

Henri Cartier-Bresson, celebre fotografo francese, pioniere del fotogiornalismo del XX secolo, scrisse che fare una fotografia vuol dire allineare testa, occhio e cuore e le foto amatoriali della nostra mostra hanno espresso, senza alcuna pretesa artistica, questo valore intrinseco dell’immagine fotografica.

Il grande impatto emotivo delle immagini fotografiche ha trovato un perfetto coronamento nel video che ha accompagnato gli scatti selezionati. Testimonianze dirette ed indirette, attimi “rubati” ai focus group in cui prendeva vita una narrazione del quartiere. Un contributo determinante ci ha concesso Leo Gullotta, rinomato attore ormai ottuagenario che in quei vicoli è vissuto e da quei vicoli è partito. Nel raccontare il quartiere ne attesta l’importanza, dei luoghi ma anche della gente e invita tutti coloro che vengono dai quartieri cosiddetti popolari a studiare, a seguire ideali e passioni chiosando con un augurio di grande impatto emotivo: buona vita!

In queste parole il senso della speranza, della ricerca del bello, del giusto tra le strade di un quartiere storico, complesso e meritevole di attenzione alla valorizzazione del bello e alla propensione al cambiamento lì dove è necessario.

I tanti fruitori della mostra hanno colto il messaggio di speranza che è emerso con forza da quelle voci e da quelle immagini ed oggi questa mostra è diventata uno strumento di divulgazione di un messaggio positivo, di una storia che non si esaurisce ma che da qui parte per operare un cambiamento nell’ottica di quella speranza che papa Francesco definiva virtù cristiana fondamentale, àncora e dono di Gesù agli uomini.